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. . " "Sembra che i Signori non siano molto
soddisfatti?" "Già - rispondemmo - non troviamo quasi
niente, qui nessuno vuol cantare". "Non si preoccupino -
disse il signore che come più tardi si seppe, era un ex deputato. - Io
conosco bene i miei compaesani; troverò tanti cantori che vi stancherete
di sentirli". E infatti egli organizzò una vera assemblea popolare
nella sala da ballo della scuola, facendo venire anche due musicisti dal
villaggio vicino : ci fu persino il ballo. E che ballo! La stessa musica
era sbalorditiva nel senso più stretto della parola. Uno dei musicisti
suonava lo strumento detto zurna (una specie di oboe dal suono
molto stridente), l'altro, il grosso tamburo chiamato davul, legato
al suo corpo. Egli picchiava il tamburo in modo così diabolicamente
selvaggio e per giunta con un pezzo di legno, di modo che non si sapeva se
alla fine si sarebbe spaccato prima il suo tamburo o il mio timpano.
Perfino le fiammelle delle tre pacifiche e sonnecchianti lampade a
petrolio salivano, impaurite, in alto, ad ogni colpo di tamburo! E
la danza ..." . . . "Ma per la verità avevo ben da vergognarmi
del mio povero, miserabile fonografo : scene simili non si potrebbero
registrare neanche con il migliore grammofono che esista : non si dovrebbe
tentarlo che con il film sonoro!" . . .
Béla Bartók, "Una raccolta di canti popolari in Turchia",
in "Béla Bartók, scritti sulla musica popolare" a cura di
Diego Carpitella. Ed. Boringhieri, Torino, 1977.
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