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LA VERTIGINE DEL SUONO
Intervista
con Aldo Clementi
di Andrea Verrengia
"THE SOUND VERTIGO"
Interview with Aldo Clementi
by Andrea Verrengia
Incontrare Aldo Clementi è un’impresa ardua per un cronista che si proponga
di ripercorrere, seppur sinteticamente, il cammino creativo di uno dei
compositori più rappresentativi del nostro tempo.
di
Andrea Verrengia
L' occasione dell'incontro è
data dalla prossima presentazione di due eventi teatrali cui Clementi si è
recentemente dedicato: Carillon, opera
teatrale ispirata alla pièce Der
Schwierige (11 difficile) di Hugo von Hofmannsthal, che sarà rappresentata
al Teatro La Scala di Milano nell'aprile 1993 e Interludi
‑ musica per il mito di Eco e Narciso, che sarà rappresentata
nell'ambito del festival di Gibellina (23 luglio 1992) per la regia di Giorgio
Marini. Questa intervista è stralciata da un lungo colloquio avuto con il
maestro alla fine del marzo 1992, in cui sono stati toccati diversi punti locali
del suo percorso artistico: dall'esordio ‑ segnato dalla contiguità con
l'estetica dell' "automatismo" delle arti visive (il tachisme di Hans Hartung e, soprattutto, le sculture dei fratelli
Pevsner : Antoine Pevsner e Naum Gabo) ‑ al periodo
"strutturalista", a quello "neotonale" (dopo il 1970), via
via, sino ad approdare, appunto, agli ultimi lavori teatrali.
Dal punto di vista compositivo resta valido per lei il concetto di
struttura? Ed è rintracciabile nel suo modo attuale di comporre?
E' valido ma nella misura in cui, già subito dopo averlo adottato nelle
mie composizioni, cambiai i presupposti di partenza. Infatti l' ho applicato
nella sua definizione rigida, soltanto inizialmente, poi, già con gli Informels
1, 2 e 3 ('61‑'63), modificai il
modo di usarlo, aggiungendo degli elementi più, flessibili. Tuttavia ho
continuato per diverso tempo a considerare lo strutturalismo come un
procedimento, di per sé, rigido. Sono ormai molti anni che non lavoro più come
allora perché, col tempo, cambiano anche le maniere, i modi, i vizi e i tic.
Bisogna tener presente che il concetto di struttura ha ormai più di
quarant'anni, e che è un lascito della dodecafonia strutturalista di Webern. Già
nel pezzo B.A.C.H. che è degli anni
1970-71, io sostituii le strutture dodecafoniche, con strutture diatoniche
estrapolate dalla tradizione, e da allora lavoro su frammenti che mi interessano
per certi loro lati caratteriali e, in parte, anche tecnici. Naturalmente non
prendo la prima cosa che mi capita ma, al contrario, cerco incessantemente finché
non trovo la cosa che veramente mi interessa. Proprio in questi giorni,
lavorando al progetto di un pezzo che devo mandare in Australia, mi sono
imbattuto in una struttura tematica di Purcell semplicemente meravigliosa : note
lunghe e brevi inframmezzate da pause : un'alternanza di pieni e di vuoti quasi
come il Webern delle Cantate : tutto
basato su pochissime sillabe. Sto lavorando appunto sul frammento iniziale di
quest'aria, abbastanza lunga e atipica per quei tempi: si intitola The
plaint (Il lamento). Un
fermento interiore mi spinge spesso a cercare degli stimoli che mi si rivelano
anche sotto forma di fatti prosaicamente tecnici, che
hanno per me però un grande valore poetico. Posso stare mesi a cercare
uno stimolo senza trovare nulla, poi, improvvisamente, basta un attimo un caso
particolare e trovo l'oggetto musicale giusto: non so spiegare come ciò
avvenga. Una cosa, invece, mi
è molto chiara, e cioè che spesso l'abbondanza di idee è un difetto peggiore
del vuoto: quando hai troppe idee non concludi, non succede niente : ho capito
molto tardi che scegliere è più difficile che mettere insieme.
Come si selezionano, secondo Lei, ricerca e creatività? e
qual è la sua molla creativa?
L'essenza della tecnica canonica come io l'intendo è che gli intervalli
devono nascondere se stessi : questo, per me, rappresenta un grande stimolo
creativo: un modulo che si schiaccia sull'altro, annullandolo in parte, produce
mi gioco di autocancellazioni che può definirsi materico: ciò mi ha sempre
affascinato. In questo senso mi sono sempre proposto di raggiungere, nella mia
musica, una sorta di vertigine sonora. Recentemente,
invitato nella classe di Estetica dell'Università di Bologna per uno scambio di
idee sull'arte contemporanea, ho affermato che la nostra matrice d'origine (me e
i miei coetanei), in fondo, è, l'esistenzialismo. Negli anni dell'immediato
dopoguerra eravamo impregnati di Kafka ‑ in Italia una scoperta ‑ di
Camus, di Beckett, di Ionesco, di Sartre: credo veramente che questa sia la vera
radice dei compositori della mia generazione. Oggi non se ne parla più, molti
addirittura se ne vergognano: quel senso di sbigottimento, di solitudine, di
solipsismo, di angoscia e di caducità su cui ci si era formati sta dietro le
azioni sonore che abbiamo creato e che ancora creiamo: sentiamo e cerchiamo
tuttora delle sensazioni sonore che in qualche modo riflettano quello stato di
stordimento solipsistico. Da poco sto riflettendo sulla molla che mi spinge a
comporre come compongo e mi sono interrogato su questo mio bisogno di riprodurre
musicalmente, con il contrappunto, questo senso di vertigine, questi mondi
sonori sfocati ma non è facile esaminare se stessi. Del resto chi è il
musicista che non ha dei tic nervosi!? Durante i seminari di analisi descrivo
spesso delle fisionomie armonico‑melodiche distintive di un autore,
caratteriali. Ogni compositore ha i suoi tre, quattro o dieci modi di parlare
musicalmente ciò rende diverso uno
dall'altro. La bellezza musicale è programmabile, in quanto fatta sostanzialmente di pochi dati tecnici tutti connotabili
: un intervallo che scende, una pausa messa in un certo modo, etc.; questi dati
tecnici, quasi come una ricetta, rendono riconoscibile un autore. Probabilmente
è per merito di mia certa prassi analitica che noi oggi arriviamo a vedere in
questo modo la musica del passato!
Ho ascoltato il Suo pezzo per pianoforte e
orchestra
Romanza e la sera stessa del concerto ( Auditorium della Rai di Roma, Orchestra sinfonica della Rai : pianista
G. Scotese; direttore Marcello Panni ), in un'intervista alla radio, Lei parlò
di "esperimento musicale". Ciò, per eccesso, potrebbe anche far
pensare ad una pura ipotesi compositiva che si concretizzi, per così dire, a
sorpresa nell'esecuzione musicale! Può spiegarci più diffusamente cosa intende
per esperimento?
Non
è esattamente così. La definizione "esperimento musicale", per
quanto mi riguarda, è una cosa molto semplice: arrivato ad avere diverse
esperienze compositive, consumate da molta pratica e routine, l'esperimento ha
perso per me quel valore di scoperta, ed è entrato nella mia normale pratica
compositiva quotidiana. Per un giovane compositore naturalmente è diverso:
certamente egli sperimenta, ma per trovare lentamente un proprio linguaggio
musicale: soltanto in seguito, dopo molti e molti esperimenti, dopo aver
acquisito una maggiore padronanza tecnica, accoglierà nella sua pratica
giornaliera i risultati che più lo affascinano e interessano. A proposito della
Romanza, ho parlato di esperimento intendendo un tipo di materiale musicale usato
per la prima volta: certi intervalli rivoltati per sottolinearne la cantabilità
: principio musicale che mi interessa moltissimo presente nelle mie composizioni
ormai da molto tempo.
Questo
recupero della cantabilità rappresenta un fattore molto importante nel mio modo
attuale di comporre, e si riferisce soprattutto a certi contesti
storico‑musicali da tempo conclusi, come certa musica leggera e certa
musica fin de siècle.
Quest'ultimo
riferimento alla cantabilità mi invita a introdurre le domande sulla sua nuova
opera teatrale Carillon, che sarà presentata al Teatro La Scala di
Milano nella prossima stagione teatrale. Innanzi tutto, come si plasma questa
sua ricerca della cantabilità in un'opera teatrale?
Il
melos, come il canone, mi interessa soltanto perché, normalmente nascosto,
trapela solo a tratti e non in maniera diretta. Questo carattere non esplicito
della melodia si accentua lavorando ad un'opera teatrale. In Carillon ho
concepito la partitura come un setaccio; delle linee molto complesse permettono
di lavorare sullo spessore sonoro, che si assottiglia (e viceversa) verso
l'acuto, verso il centro o verso il grave, cioè in maniera centrifuga o
centripeta; la melodia appare e scompare: solo occasionalmente viene presentata
in maniera esplicita. In quest'opera ho acuito questo carattere nascosto ma
trapelante del melos arrivando a dei veri e propri assoli, che scaturiscono pero
sempre da un continuo filtraggio del materiale sonoro; una specie di
sgocciolamento. L'avevo già fatto in Es, ma in misura minore: l'assolo veniva
fuori ma solo per brevissime fette di tempo. Non è ,facile controllare tutte le
sensazioni derivabili da un assolo: quanto durerà? sarà esplicito? scontato?
stancherà la gente? Non è facile equilibrare tutte queste preoccupazioni:
stabilire un codice; come codificare il codice?! E lasciando ancora irrisolti
questi interrogativi ci inoltriamo in una ricerca avventurosa delle soluzioni
musicali ... !
Il teatro l'aiuta a trovare
queste soluzioni?
Alla base di qualsiasi opera teatrale c'è una legge semplicissima sulla
quale non si riflette mai abbastanza: il cantante deve memorizzare tutto: due,
tre e anche più ore di musica. La memorizzazione non è un problema da poco: le
probabilità che si verifichino incidenti di percorso si moltiplicano e, nel
nostro tipo di musica, una simile eventualità sarebbe fatale. In Es trovai
un "trucco": ogni pagina era un segnale. Il cantante sapeva che ogni
pagina durava un certo tempo, sempre uguale, dunque anche se l'esecuzione in
alcuni momenti non era perfetta, si rendeva subito esatta alla pagina seguente.
Per Carillon, invece, ho escogitato
una cosa un po' diversa, anche se, comunque, è sempre la pagina che detta
legge: una specie di "metronomo sonoro" trasforma l'accompagnamento in
una guida continua.
Parlo di queste cose per arrivare a dimostrare come un pretesto di tipo
pratico, come la memorizzazione, possa divenire stimolo per inventare delle
soluzioni musicali: per sincronizzare la partitura ‑ attraverso le varie
guide coi cantanti e con l'intero personale scenico ‑ basterà
computerizzare il tutto. Ma il direttore dovrà considerarsi solo un
coordinatore, più importante durante le prove che durante l'esecuzione
pubblica.
E l'impianto drammaturgico di
Carillon? Il testo?
Sul piano drammaturgico le cose non sono molto cambiate da Es ed ho
continuato a lavorare sul principio dello sgocciolamento di cui abbiamo già
parlato. La differenza sta nel fatto che in Es avevo creato una griglia che si svolgeva secondo una logica inesorabile:
i vari ingredienti, e cioè le ondate di danze, di cantabilità, delle risate,
del parlato, aumentando e diminuendo si intrecciavano in maniera divergente,
come in un gioco di scatole cinesi. Dopo aver basato Es su
un corale (dal primo versetto la 1a scena, dal secondo versetto la 2a scena e
così via) le scene venivano concatenate fra loro da questo sali e scendi
continuo, in un gioco senza soluzione di continuità. Questo gioco di onde c'è
anche in Carillon, ma qui le danze si
intrecciano con la melodia in maniera molto diversa : due valzer, un fox, uno
slow, un tango e un rag‑time di tanto in tanto emergono dal continuum,
basato su uno spessore sonoro che avvolge l'intera durata dell'opera. Per quanto
riguarda il testo ho scelto delle frasi‑chiave da un Lutspiel di Hofmannsthal : Der Schwierige (Un uomo difficile). Il protagonista
principale, Hans Karl, è una specie di Don Giovanni passivo che non corrisponde
minimamente all'amore che le donne dimostrano per lui. Nell'opera la storia
diviene soltanto un pretesto per creare un clima teatrale, ciò che io chiamo
temperatura, e la canalizzazione di questo clima è un puro meccanismo scenico,
un gioco astratto che vuole essere una sorta di scatola musicale: da qui il
titolo.
Spero di essere riuscito, nella
partitura, a creare le caratteristiche di questo meccanismo.
Vuole parlarci dell'altro lavoro che ha composto e che
sarà rappresentato al festival di Gibellina?
A Gibellina il tema obbligato di quest' anno è "Eco e
Narciso": io ho composto una cantata scenica cercando di creare una musica
molto .flessibile adatta ad accogliere elasticamente le eventuali componenti
teatrali relegate a semplici materiali prefabbricati. Marini ha, alla fine,
optato solo per degli inserti mimici.
La partitura contiene 36 parti reali: 12 coristi e 24 strumenti a fiato;
questi ultimi ricalcati così come nell'organico della splendida Symphonie
d'instruments à vent di Stravinskij (2a
versione). Inizialmente volevo ottenere qualcosa di primitivo che avesse uno
stretto collegamento con la grecità, poi invece, mi sono proposto, soprattutto,
di essere fedele, musicalmente, ai vari rispecchiamenti acustici e visivi dei
due personaggi mitologici. Il compito di garantire comunque un legame con la
grecità l' ho affidato alle note dell'Epitaffio di Sicilo, sintetizzate in un
modulo che determina l'intera composizione. Il pezzo è intitolato Interludi
e come sottotitolo Musica per il mito
di Eco e Narciso: è composto da veri e
propri interludi che possono essere eseguiti anche indipendentemente dal
contesto teatrale. Ho scelto una soluzione di questo tipo anche per venire
incontro al talento registico di Giorgio Marini, con una struttura musicale
flessibile, appunto, e aperta alle interpretazioni teatrali più fantasiose ed
interessanti.

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