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Liberarsi Trasgredendo
Intervista
Intervista alla compositrice Ada Gentile

      “E' necessario uno sforzo per concepire l'inquietudine a cui la garanzia della regola risponde(G.  Bataille, da “L’erotismo” a cura di        )

di Andrea Verrengia

     In questa intervista Ada Gentile parla del suo lavoro artistico con appassionata competenza, facendoci partecipi di come, con opportuno mélange di rigore strutturale e arbitrio trasgressivo, ricerchi e, spesso, consegua i risultati musicali che le interessano: “miniaturizzazione” del suono, “tempo proiettato” contrapposto a “tempo limitato”, carattere “intimo” delle sue composizioni.

A questi presupposti tecnici ed espressivi J.J. Nattiez, parlando di una composizione di Ada Gentile, aggiunge, inserendoli, a mio avviso, con lungimirante intuizione musicologica, gli elementi psichici del pudore e della timidezza. 

E’ probabile che quest’ultimi interessantissimi elementi, chiamando in causa così, oserei dire, brutalmente aspetti personali, sin dentro il carattere della compositrice, sottintendano, più in generale, che in musica l’esigenza di manifestare la verità del proprio essere - anche in tutta la sua contraddittorietà e frammentarietà ma, necessariamente, in modo integrale, senza maschere - sia ineludibile.

Che spazio occupa la ricerca nel tuo fare musica?  Alla luce della tua seguente affermazione: “ ... va recuperato il significato primo della ricerca artistica... Essa parte da un’idea infinita che si limita nella forma e che affronta sempre contenuti che sono enigmi, perché sono oltre la coscienza del suo tempo...” sembra che essa occupi un posto importante.

Credo che un artista, nel fare il proprio lavoro, non possa assolutamente eludere la necessità della ricerca.  D’altra parte credo, anche, che essa sia un’esigenza vitale, propria alla natura dell’essere umano che è in continua ricerca ed evoluzione.  Naturalmente anche la stasi è importante e necessaria, ma non deve predominare, come, del resto, la ricerca non deve dilatare oltre certi limiti: è un sottile equilibrio, difficile da raggiungere perché enigmatico.  Ora l’enigma si può intendere come qualcosa che non ha soluzione o meglio: io lo intendo come qualcosa che non può risolversi: una lotta irrisolta, perenne, che, per così dire, annulla la nozione di tempo limitato ed apre la strada, invece, a una concezione di tempo proiettato che rende ancora più inevitabile quel sentimento sospensivo che ci stimola a ricercare incessantemente.  Quindi per me la ricerca va al di là dello stesso specifico musicale: bisogna scoprire le cose giorno per giorno, incessantemente, dalle cose più banali a quelle più complesse, musicali o extramusicali elle siano: mi è necessaria anche la ricerca sull’elemento banale, dal momento che la conduco cercando di scoprirne le segrete e inaspettate potenzialità.  Penso che un artista che non si scopra giorno per giorno, minuto per minuto, sia votato alla fine, perché ciò che conta non è il comporre una sequenza musicale in se stessa, ma i significati che quella stessa sequenza esprime collegandosi alla complessa poliedricità della conoscenza e al senso stesso della vita.

Jean Jaques Nattiez parla, a proposito di una tua composizione ( “In un silenzio ordinato” del 1985), di estetica del “bisbiglio”, della “discrezione” e del “pudore”, ipotizzando che alla base di questa estetica possa esserci, preminente, una tua caratteristica psìcologico-caratteriale: la “timidezza”.  Condividi questa ipotesi analitica?

    Io credo che un artista quando scrive, quando recita, metta a nudo la sua personalità: voglio dire che un compositore è ciò che scrive, un attore è ciò che recita.  Parlo della personalità di un artista che cerca di venir fuori.  Ad esempio io per comporre la mia musica scelgo di usare delle sonorità molto discrete perché sento l’esigenza di rifiutare l’aggressività che permea questo nostro rumoroso mondo contemporaneo. Dunque ho bisogno di rifugiarmi in un ambito creativo molto intimo e devo confessare, confermando in parte ciò che Nattiez dice in proposito, che quelle esplosioni sonore che di tanto in tanto lacerano il corso di una qualche mia composizione, non fanno mai parte della struttura formale del pezzo.

E cosa sono allora? eventi unici “alla Buñuel”? momenti di “hazard”?

Credo che, a livello inconscio, corrispondano alla necessità di liberarmi trasgredendo: amo molto la trasgressione e la uso moltissimo proprio perché non trasgredisco frequentemente.

Sei “rigorosamente” trasgressiva?

Credo di sì.  E sono convinta che l’aspetto trasgressivo sia significativamente rappresentativo di quell’ambito nascosto della personalità umana che ciascuno non vuole o non riesce a mettere a nudo.

Nonostante la tua trasgressività, anche se rigorosa, è opinione diffusa riscontrare nella tua musica certe caratteristiche formali ricorrenti come “raffinatezza”, “eleganza”, “pulizia”: non credi che ciò potrebbe favorire un’interpretazione musicale meramente estetizzante, edonistica?

Innanzitutto, alle caratteristiche formali che hai elencato, aggiungerci, ponendola senz’altro al primo posto, la coerenza: la coerenza è fondamentale in un’opera musicale ed io nelle mie composizioni la perseguo coscientemente sin dall’inizio: la mia opera è volutamente coerente: non disconosco il mio primo lavoro per orchestra, che è del 1978, perché vi ritrovo le radici del mio prossimo lavoro ancora da scrivere: è questa continuità, questa consequenzialità, che soddisfa una delle mie esigenze primarie in musica: la coerenza.  L’attenzione alla forma poi è sicuramente dovuta all’amore che ho sempre nutrito per i classici: li ho studiati moltissimo cercando di assimilare nel migliore dei modi le ragioni profonde di quell’operare compositivo, ma credo che incida anche l’interesse appassionato che ho sempre avuto per le piccole forme: io amo moltissimo la piccola forma e credo di amarla così profondamente perché amo Schumann.

Facciamo un passo indietro.  La tua attività compositiva inizia pressappoco alla fine degli anni 70: cioè nel momento in cui già era avvenuto quel superamento dell’avanguardismo musicale più o meno legato alle tecniche di derivazione seriale.  Cosa hai preso e cosa hai lasciato di quelle concezioni musicali seriali? e quali compositori di quegli anni hanno avuto su di te un’influenza particolare?

In effetti quegli anni videro il mondo musicale legato alla sperimentazione



    

 

 

 

 


 

           

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